Quando il latte non incontra il caffè
Qualche giorno fa una persona è entrata in cucina e mi ha detto:
“Agnese, oggi ho visto una scena e ho pensato a te. Secondo me qui dentro c'è qualcosa. Sono andato a bere un caffè al bar e ho visto una donna ordinare un caffè e un bicchiere di latte. Ti chiederai: cosa c'è di strano? Me lo sono chiesto anch'io. Ero convinto che avrebbe versato il latte nel caffè. Invece ho continuato a osservarla e, sai una cosa? Ha fatto qualcosa di insolito. Ha bevuto prima il caffè e solo dopo il latte. Separatamente.”
E li ho pensato che anche io avrei immaginato che il latte e il caffè dovessero necessariamente incontrarsi.
Poi mi sono accorta di una cosa. Da qualche tempo anch'io sto facendo un'esperienza simile, sto vivendo un cambiamento nel mio modo di mangiare. Ho iniziato, molto più di prima, a gustare gli alimenti separatamente. E devo dire che è un’esperienza di consapevolezza interessante. Un pomodoro resta un pomodoro. Il pane resta pane. Il formaggio conserva il suo sapore e racconta la sua storia anche senza necessariamente unirlo a qualcos’altro.
È una cosa semplice, quasi banale.
Eppure mi sta facendo riscoprire sapori che credevo di conoscere.
Mi sono resa conto di quanto spesso mangiamo senza accorgerci davvero di quello che stiamo assaggiando. Mischiamo ingredienti, consistenze e profumi fino a creare qualcosa di nuovo, ed è anche questo uno degli aspetti più belli della cucina. La cucina, in fondo, è arte. È creatività. È l'incontro tra sapori che, insieme, diventano qualcosa che da soli non sarebbero mai stati.
Ma perché quell'incontro sia davvero armonioso, bisogna aver imparato prima a conoscere ogni singolo ingrediente.
Ed è stato proprio questo pensiero a portarmi lontano dalla tavola e sono arrivata a chiedermi se non facciamo la stessa cosa con le emozioni.
Quante volte diciamo semplicemente: "Sto male."
Oppure: "Sono agitata, sono agitato."
"Sono nervosa, sono nervoso."
Ma che cosa significa davvero? Cosa c’è lì dentro?
C'è paura?
C'è tristezza?
C'è delusione?
C'è vergogna?
C'è rabbia?
Oppure convivono tutte insieme, fino a diventare una specie di impasto indistinto in cui non riusciamo più a riconoscere il sapore di ciascuna?
Forse le emozioni sono un po' come gli ingredienti.
Quando restano tutte mescolate, fanno rumore, ma raccontano poco.
Quando invece ci fermiamo a distinguerle, una alla volta, iniziano a parlarci.
Quando riusciamo a dare un nome a quello che proviamo, succede qualcosa di curioso. L'emozione non sparisce. Ma smette di essere una massa indistinta che ci travolge. Diventa riconoscibile. Possiamo guardarla, ascoltarla e chiederci che cosa sia venuta a raccontarci.
La rabbia ci dice che un confine è stato superato.
La paura ci mostra ciò che sentiamo importante.
La tristezza ci racconta una perdita.
La vergogna illumina il punto in cui abbiamo paura di non essere abbastanza.
Nominarle non serve a metterle in ordine, serve ad ascoltarle. Perché ogni emozione porta con sé un'informazione che riguarda la nostra vita. E forse il nostro problema non è quello di provare troppe emozioni, il punto è che le viviamo tutte insieme, senza concederci il tempo di assaggiarle.
L'incontro tra quella donna che ha bevuto il caffè e il latte separatamente e ciò che sto imparando a tavola in questo periodo mi ha ricordato che, qualche volta, vale la pena fermarsi a riconoscere il sapore delle singole cose.
Del cibo. Delle emozioni. Delle persone. E, forse, anche della vita.
Vieni.
Siediti.
Assaggiamo una cosa alla volta.
Questa volta la storia non è arrivata da me, qualcuno è entrato nella Casa e mi ha raccontato una scena vista in un bar. Mi ha detto: «Secondo me qui dentro c'è qualcosa» e aveva ragione.
Ed è anche così che vorrei crescesse questa Casa, con le persone che entrano in cucina, si siedono e mi affidano un'immagine, una frase ascoltata per caso, una scena vista in treno, al supermercato, in una sala d'attesa. Piccole cose che sembrano non avere nulla di speciale e che, invece, continuano a chiedere di essere guardate.
Mi piace immaginare che ognuno possa entrare qui portando un ingrediente, una storia, un ricordo, una domanda, una scena che continua a tornargli in mente senza sapere bene perché.
Lo guarderemo insieme, con la curiosità di chi sa che anche le cose più semplici possono custodire una storia. Ci sederemo accanto a quella storia e le lasceremo il tempo di raccontarsi.