La valigia che nessuno ci ha chiesto di portare
Qualche giorno fa, nella cassetta della posta della Casa, è arrivata una lettera da una persona che ha deciso di condividere con me i suoi pensieri dopo aver letto La Valigia.
E c'è una frase che desidero condividere perché ha aperto in me una riflessione.
"Non sono mai stata una persona da valigia leggera, ma penso che anche questa sia una mia caratteristica, ovvero quella di avere sempre la valigia piena perché penso sempre che a qualcuno potrebbe mancare qualcosa."
L'ho letta e poi l'ho riletta. In quelle parole ho ritrovato tante storie che, negli anni, ho avuto il privilegio di ascoltare e accompagnare. Ma ho sentito risuonare anche una parte di me.
Perché ho incontrato persone che partivano con una valigia già piena nelle relazioni: piena di attenzioni, di preoccupazioni, di responsabilità, di possibili soluzioni, di cose che, forse, un giorno sarebbero potute servire agli altri.
Ci si prepara.
Si immaginano i bisogni prima ancora che vengano espressi, si cerca di evitare la fatica a chi si ama. Si anticipano problemi che forse non arriveranno mai, si resta in allerta, come se fosse nostro compito impedire all'altro di soffrire.
Come se, da qualche parte della nostra storia, avessimo imparato che amare significasse anche questo.
E così, quasi senza accorgercene, la valigia si riempie.
Ci si carica di pesi che nessuno ha affidato, non perché qualcuno li abbia imposti, ma perché, in qualche modo, abbiamo imparato a raccoglierli.
Poi, un giorno, arriva la stanchezza e quando proviamo a cercare un po' di riposo, condividendo quel peso, può capitare di sentirsi dire una frase:
«Ma chi ti ha chiesto di portare tutto questo peso? Hai deciso tu di farlo.»
Ed è vero, nessuno ce lo aveva chiesto.
Ma allora come si impara a non farlo, se è proprio così che abbiamo imparato a stare nelle relazioni?
Dopo aver portato il peso degli altri, può arrivare la delusione, perché quando siamo noi ad avere bisogno di una mano, ci aspettiamo che gli altri facciano spontaneamente ciò che noi abbiamo sempre fatto per loro.
Vorremmo che gli altri vedano senza che sia necessario chiedere, che capiscano, che anticipino, che si accorgano.
E quando questo non accade, ci sentiamo soli. Non riconosciuti. A volte perfino non amati.
Ed è qui che la riflessione continua.
Perché, se è vero che nessuno ci ha chiesto di portare quel bagaglio, allora cosa dovremmo fare?
Posarlo a terra?
Ma se lo lasciamo, smettiamo anche di prenderci cura degli altri?
Dove finisce la responsabilità verso chi amiamo e dove inizia quella verso noi stessi?
E se proprio quella persona ci ha feriti?
Quanto possiamo comprendere il suo dolore senza dimenticare il nostro?
E quando siamo noi a ricevere aiuto, nasce davvero un debito da restituire?
Dobbiamo ricambiare?
Oppure l'amore smette di essere amore quando diventa una contabilità fatta di "io ho fatto questo per te" e "tu avresti dovuto fare quello per me"?
Non ho una risposta.
Ho l'impressione, però, che nelle nostre relazioni ci passiamo di mano valigie che arrivano da molto lontano…aspettative, sensi di colpa, rabbia, paure, debiti invisibili.
Le riceviamo da qualcuno e, spesso senza volerlo, le consegniamo a qualcun altro e forse è anche per questo che ci feriamo così facilmente.
Non credo che il mondo sia semplicemente diviso tra persone buone e persone cattive.
Credo che ci siano persone che cercano di amare e di essere amate con gli strumenti che hanno imparato a usare: a volte quegli strumenti costruiscono ponti, altre volte feriscono, altre ancora diventano pesi che continuiamo a trascinare, senza nemmeno ricordare quando li abbiamo messi nella nostra valigia.
Comprendere questo non significa giustificare tutto ma può voler dire riconoscere cosa sta accadendo nell'altro e dentro di noi.
Perché forse, sotto molte delle nostre richieste, delle nostre aspettative, perfino sotto una parte della nostra rabbia, c'è il desiderio di essere visti, riconosciuti, amati.
E allora forse vale la pena aprirla, ogni tanto, questa valigia…non per svuotarla in fretta, non per decidere immediatamente cosa tenere e cosa lasciare e nemmeno per stabilire chi abbia avuto ragione e chi torto, ma per guardare cosa c'è dentro, riconoscere ciò che ci appartiene davvero, chiederci cosa abbiamo scelto di portare e cosa abbiamo raccolto lungo la strada.
E forse accorgerci che alcune cose le stiamo ancora trascinando soltanto perché, un giorno, abbiamo imparato che quello era il modo giusto di amare.